Ridendo e scherzando…

Berlusconi ammanettato

Ecco l’ultimo show del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Dopo l’abituale auto-vittimizzazione e le consuete offese ai rompiscatole di turno (per la cronaca oggi erano i PM, secondo lui ben 689 che in questi anni hanno cercato di incriminarlo, per questo degni di essere chiamati “metastasi della democrazia“) con annessi fischi della platea di Confesercenti, la scenetta della foto. Berlusconi fa il gesto dei polsi ammanettati, ed esclama: “vorrebbero vedermi così, ma non ci riusciranno”.

La giustizia come terreno di scontro personale. Il CSM dice che sospendere i processi è un’amnistia occulta che viola il principio della ragionevole durata fissato nell’art. 111 della Costituzione. E la gente inizia a capire (purtroppo con due mesi di ritardo) qual’era il vero programma elettorale del centro-destra: tutti per uno (Berlusconi), ed uno per sè.
E se un tipo tranquillo e rispettoso delle istituzioni come Umberto Bossi arriva a dire a Berlusconi di volare più basso, altrimenti si rompe il filo…. Dobbiamo preoccuparci seriamente di quello che sta accadendo.
Torna alla mente Benigni e quello che diceva di Berlusconi nelle interviste con Enzo Biagi

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2 Risposte a “Ridendo e scherzando…”

  1. Alessandro Dice:

    I tempi sono ritornati.

    Guardate cosa scriveva un giornale inglese qualche anno fà, scovato nel mio archivio e che avevo gia dimenticato.
    (Articolo apparso sul Daily Mirror a suo tempo tradotto da un’assistente della facolta di scienze politiche di Pisa)

    In una democrazia liberale ne succedono di tutti i colori.
    In una democrazia liberale potete sintonizzare la tivù su un canale del presidente del consiglio e sentire il presidente del consiglio dire che il presidente del consiglio non può essere processato.
    Questo avviene anche sulle tivù pubbliche, controllate dal presidente del consiglio.

    In una democrazia liberale a volontà popolare cancella tutto, specie la fedina penale e certi fastidiosi processi in corso.
    In una democrazia liberale, del resto, pare che quanto a libertà di coscienza si è massi maluccio.
    Certi fascistoni ante lirreram e incravattati che si scagliarono all’arma bianca contro l’iniqua immunità parlamentare, oggi la invocano e cercano di reintrodurla, sempre per slavare il presidente del consiglio senza il quale non esisterebbero.
    Aggrappati a Silvio e al suo potere mediatico che praticamente garantisce la vittoria alle elezioni (insieme alla folle inanità degli avversari), alleati devoluzionisti, centristi moderati e postfascisti diventano un sol uomo, compatti come granito a difendere “il primato della politica”, cioè gli affarucci del capo: il privato della politica.
    In una democrazia liberale il capo del governo chiede di essere giudicato dai suoi pari.
    Ma qui sorge un interessante problema costituzionale.
    Chi sono i suoi pari?
    Altri capi di governo?
    Altri presidenti di squadre di calcio?
    Altri monopolisti televisivi?
    Altri costruttori edili?
    Altri editori?
    La faccenda dei “suoi pari” si complica se uno pretende di essere unico: chi è pari a Silvio?
    Nessuno.
    Bene, niente giudizio, allora.
    E’ una specie di autoassoluzione per assenza di giudici all’altezza dell’imputato, un ego me absolvo dove l’ego, appunto, conta un bel po’.
    Del resto è sempre in una democrazia liberale che il ministro della Giustizia Castelli apre un’indagine su un giudice.
    E proprio su quel giudice che aveva indagato su Bossi e la Lega, e che già era stato avvertito: “a quello lì raddrizzeremo la schiena”.
    Ogni promessa è debito, la raddrizzata arriva dal ministero sottoforma di ispezione.

    In una democrazia liberale c’è da chiedersi quanto manca al ripristino di antichi regimi (il ventennio).
    In una democrazia liberale, ce n’è abbastanza per chiedersi se questa benedetta democrazia liberale non sia per caso un pacco, una sòla in piena regola, una specie di truffa in commercio, roba da chiamare il codacons (e pure i nas, se serve).
    E le faccende giudiziarie sono solo un aspetto della questione.
    In una democrazia liberale, per esempio, si possono concedere le basi agli amici americani senza che il parlamento ne sia informato.
    Si può entrare in guerra praticamente senza un voto delle camere, come più o meno si fece con governo precedente, che chiamò al voto sulla guerra con i bombardieri già in volo.
    Altri tempi, altri uomini al comando.
    In una democrazia liberale, beninteso.

    Dal Daily Mirror del 12.07.2004

  2. Alessandro Dice:

    Ecco cosa o trovato “raspando” ne Webb:

    Tradizione orale

    ——————————————————————————–

    Vedere un intero Paese e le sue più alte istituzioni appesi al pisello di un attempato latrin lover in fregola senile, mentre i codici e la Costituzione vengono sfigurati a immagine e somiglianza dell’augusto aggeggio, è già un bel vedere. Sentire poi Al Tappone, cioè l’editore di «Chi» e di un’altra dozzina di giornali e programmi di gossip, scagliarsi contro «il gossip che inquina la politica», è anche un bel sentire.

    Come pure apprendere dalla sua boccuccia che lui non si avvarrà della blocca-processi (tanto, per bloccare il suo, basta che se ne avvalga Mills) né del Lodo Alfano (vuoi vedere che l’han fatto per il capo dello Stato?). Ma forse il bello deve ancora venire: alfine si potrebbe scoprire che le famose telefonate compromettenti, quelle sul problematico alzabandiera e sulle tecniche più avanzate per propiziarlo (punturine? pasticche? carrucole?), quelle sulle durissime selezioni sostenute da alcune ministre come già dalle «strappone» di Raifiction, quelle che han portato il Paese sull’orlo di una crisi istituzionale, non sono mai state intercettate da alcuna Procura. Non che non siano mai esistite: che non siano mai state ascoltate, registrate, trascritte. Ragioniamo: le porno-chiamate, semprechè esistano, non sono state depositate alle parti, ma segretate e custodite dalla Procura di Napoli in attesa di esser distrutte in quanto penalmente irrilevanti. Il che rende altamente improbabile che siano giunte a qualche giornalista. Anche perché altrimenti sarebbero già uscite: nessun giornalista degno di questo nome (a parte, infatti, il direttore di «Europa») si terrebbe nel cassetto l’eventuale prova che il premier ha sistemato in Parlamento o al governo qualche sua amante. Dunque è pure possibile che Al Tappone abbia fatto tutto da solo: lui solo sa quel che fa e dice al telefono, lui solo è convinto che i pm agiscano tutti, come un sol uomo, non per fare Giustizia, ma per colpire lui. E visto che lui, a furia di contare balle, finisce col crederci, ogni mattina appena sveglio corre in edicola alla ricerca delle telefonate che lui solo conosce, avendole fatte lui. Purtroppo per noi e per fortuna sua, finora è rimasto deluso. Ma visto che domani è sempre un altro giorno, lui mette in circolo indiscrezioni e pettegolezzi per preparare l’opinione pubblica in vista del D-Day. Anzi, del Gnocca Day. Non a caso non sono i cronisti giudiziari, ma i restroscenisti di Palazzo Grazioli e dintorni a raccontare quel che potrebbe uscire sul pisello presidenziale e le sue numerose badanti, incollando spizzichi e bocconi, sussurri e sospiri che trapelano dalla Magione Presidenziale. Storie di boccucce di rosa, persino di ortaggi. Sarebbe davvero meraviglioso se, autosuggestionato dalla sua coscienza sporca e dalla sua codona di paglia, Al Tappone avesse montato da solo tutto l’ambaradàn: se cioè la psicosi da intercettazioni fosse nient’altro che una colossale e grottesca autointercettazione. Il risultato lo vediamo: nessuno ha ancora letto un rigo di quelle telefonate, ma tutti ne conoscono ormai il contenuto. Tant’è che i servi più servili si sono già attivati per salvare il padrone da se stesso, intimando alla signorina Carfagna di dimettersi. Eh no, troppo comodo: prima di lei deve dimettersi chi l’ha promossa deputato e ministro. E poi, a ruota, tutti i ministri scelti dal Capo con lo stesso criterio: la cieca, prona servile obbedienza al Capo. Tra Mara e Angiolino Jolie o James Bondi, per dire, non c’è alcuna differenza. Sono tutte fotocopiatrici ad personam, solo che lei è molto più carina. Dunque sia chiaro: giù le mani dalla Carfagna. E basta parlare di «basso impero»: quello, al confronto, era una cosa seria. In fondo, Caligola s’era limitato a nominare senatore il suo cavallo. Mica un asino. Piuttosto, quel che sta accadendo - tutti a parlare di telefonate che nessuno ha letto - è una bella prova su strada di quel che ci attende quando sarà in vigore la legge bavaglio sulle intercettazioni. Galera da 1 a 3 anni a chi pubblica atti di indagine «nel testo, nel contenuto e per riassunto». Black-out assoluto fino all’inizio del processo, cioè per anni e anni. I giornalisti sapranno tutto, come pure poliziotti, magistrati, avvocati, cancellieri, impiegati, politici. Ma non potranno più raccontarlo. Così sarà tutto un alludere, un insinuare, un fare l’occhiolino, un dar di gomito con tutti i ricatti del caso: «Ah, se potessi parlare», «Sapessi quel che c’è nel fascicolo», «Eeeh, non farmi dire», «Vieni in redazione che ti racconto tutto in bagno». Il ritorno alla tradizione orale. Ecco, sì, orale.

    http://www.antimafiaduemila.com/content/view/7874/78/

    Se vi piace battete un colpo, si fà per dire.

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